Pubblicato da: juliette1804 | aprile 15, 2013

RECENSIONE di Mariateresa Biasion Martinelli a : “MILANO 1816:CARLOTTA E LUDOVICO” – di Cristina Contilli.

Ancora una volta, in questa sua corposa e importante opera, la scrittrice Cristina Contilli, ispirata dalle lettere di Silvio Pellico, delle quali si è a lungo occupata, ci conduce nell’Italia del Risorgimento, dove le passioni politiche si intersecano con le storie personali, altrettanto appassionate e appassionanti.
In una Milano scossa da fermenti rivoluzionari, per lo più segreti, nasce l’amore fra Monsignor Ludovico Di Breme e la giovanissima attrice Carlotta Marchionni, amore che conoscerà periodi intensi e lontananze, dovute sia all’esilio di lui, che ai viaggi di lei, conseguenti al suo lavoro di brillante attrice, la passione dei primi incontri, la tenerezza e la dedizione di Carlotta, soprattutto nella lunga fase della malattia di Ludovico, i sensi di colpa di un sacerdote, che nello stile di vita, ben poco rispecchiava la sua condizione religiosa e che con le proprie idee liberali e rivoluzionarie, oltre a rischiare il carcere, era in netto contrasto con la sua nobile famiglia e con la Chiesa e soprattutto la clandestinità, almeno apparente, in un ambiente falsamente pudico.
Nel racconto degli eventi umani e politici, Cristina Contilli, attraverso la voce della protagonista, in forma di diario, utilizzando la sua ormai affermata e confermata capacità di trarre dalla storia, le storie dei suoi personaggi, romanzandone il cammino personale, ma ambientandole nella perfetta narrazione del contesto storico in cui si sono svolte, ci conduce in questa tormentata e difficile vicenda, nata da un incontro burrascoso fra l’attrice, una delle più famose e conosciute dell’epoca, e colui che ne aveva criticato le capacità, subito trasformatosi in un ammiratore, che soltanto in lei vedeva la protagonista ideale delle sue tragedie.
Per amore di Ludovico, Carlotta affronterà l’insuccesso, si negherà un’esistenza normale, vissuta alla luce del sole, soffrirà di gelosia per il passato, in quanto Monsignore non era certo dedito alla vita sacerdotale, (scelta quasi obbligata la sua, in quanto figlio minore di una famiglia nobile), ma a quella di un amante e di uno scrittore di teatro, sopporterà i malumori di lui, causati sia dalle sue precarie e poi gravi condizioni di salute, sia dall’insoddisfazione per non poter, o non voler, manifestare la sua vera indole di uomo e patriota, mentre i suoi amici sopportavano il carcere duro, e i suoi sensi di colpa per il continuo infrangere i voti cui era legato dalla sua condizione, il suo continuo ritrarsi di fronte alla più coraggiosa e aperta manifestazione affettiva di Carlotta, sia nell’intimità, che di fronte agli altri, per poi “ricadere” nella passione, subito seguita dal pentimento, almeno a parole, in un’altalena di fughe e riavvicinamenti, non certo facili da condividere, dovuti certo anche al suo impegno nel crescere i figli del fratello, deceduto in un tragico incidente.
Non soltanto, ma durante la vita parigina, lei diventerà a tutti gli effetti la sua infermiera, sia per salvare le apparenze, che per necessità, soprattutto per la preoccupazione verso l’aggravarsi della malattia, per potergli stare vicino, abbandonando così, seppure temporaneamente, il teatro, ignorando la decadenza fisica dovuta alla tisi, e vivrà nel dubbio sulla verità circa i suoi rapporti con la contessa Anna Porro, morta improvvisamente, mentre era in attesa di un figlio, che le voci attribuivano a Monsignor di Breme, il quale avrebbe costretto l’amante a liberarsene, bevendo un infuso rivelatosi letale, circostanza da lui sempre negata e smentita anche dai buoni rapporti fra il vedovo e Ludovico, che raccomanderà al Conte Porro l’amico Silvio Pellico, che diventerà il precettore dei figli.
Il conte Di Breme, alla fine, dimostrerà il suo coraggio verso le imposizioni esterne e il suo contrasto con la Chiesa Cattolica, avversa ai patrioti, convertendosi al Calvinismo, emigrando in Svizzera e sposando, sempre in segreto, la sua Carlottina, come amava chiamarla.
E lei lo seguirà, seppure per brevi periodi, soffrendo per la vita di povertà, cui lo costringeva questa scelta estrema, lui che era vissuto negli agi e nel ricco palazzo di famiglia.
La storia di Ludovico e Carlotta si intreccia con quella dei loro amici, Silvio Pellico e Pietro Maroncelli (che avrebbe voluto sposarla, essendone innamorato, ma cui lei rinunciò proprio per l’amore che nutriva per Monsignore, che sarà geloso non soltanto di lui, ma dei numerosi ammiratori e pretendenti della brava attrice, che sapeva suscitare grandi sentimenti, pur essendo tutt’altro che procace, come molte sue colleghe).
Carlotta Marchionni aveva portato al successo la tragedia della “Francesca da Rimini” composta dal Pellico ed era stata così coraggiosa da recitarne i versi sotto le finestre della prigione veneziana dei Piombi, dove lui e i suoi compagni erano detenuti, prima di essere trasferiti allo Spielberg, assieme alla cugina e stimata attrice, oltre che amata in gioventù da Silvio Pellico, Gegia Marchionni e soprattutto di affrontare il tanto discusso, anche a posteriori, giudice Antonio Salvotti, per cercare di salvare i Carbonari dalla pena di morte, che verrà loro inflitta, per poi essere commutata in molti anni di carcere duro.
Monsignore Ludovico di Breme, coinvolto nelle vicende della Carboneria, redattore del giornale: “Il Conciliatore”, diretto dal Pellico e tanto avversato dagli Austriaci, condannato dalla Chiesa per aver rifiutato di prestare giuramento di fedeltà a Carlo Felice, il re che sconfesserà le innovazioni apportate dal reggente, durante la sua assenza e che consegnerà Torino alle truppe austriache, punito per la sua vita insolita, sia con temporanei allontanamenti nell’Abbazia di Novalesa, che con la carica di cappellano dell’Ospedale Militare di Torino, morirà a soli quarant’anni di tubercolosi, malattia allora fatale, curata con salassi, per evitare, si diceva, le emorragie, che finivano per indebolire ulteriormente il malato, provocandogli anche delle ferite e delle sofferenze, per il metodo usato per praticarli, ovvero le sanguisughe.
Carlotta, che gli sopravviverà a lungo, si comporterà per molti anni come una vedova, senza altri affetti, nel ricordo di Ludovico.
Alla fine del libro, la Contilli, con la abituale completezza e con la sua assoluta precisione, documenta gli avvenimenti storici e riporta le biografie dei personaggi dell’epoca, come Carlo Felice, Carlo Alberto, gli stessi Pellico e Maroncelli, Confalonieri, il Principe Emanuele dalla Cisterna, cugino di Ludovico e patriota, Sthendal, oltre a quella dei protagonisti del suo libro e delle loro famiglie d’origine.
Ci troviamo certamente di fronte a un’opera intensa e avvincente della scrittrice Cristina Contilli, che mai smentisce le sue capacità di narratrice e di ricercatrice storica.

Mariateresa Biasion Martinelli

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